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Impronte nella memoria - La Voce nei Colori
Il Servizio diurno" Pegaso", del CISS di Pinerolo, in collaborazione con la Città di Vigone, ha ideato il progetto "La Voce nei Colori".
Pegaso è un servizio diurno di tipo educativo assistenziale rivolto alle persone con disabilità intellettive che abbiano ultimato il percorso della scuola dell’obbligo. L’attività- svolta all’interno dell’Ex Convento degli Agostiniani, in Vigone, Via Fiochetto 35- fa parte dei servizi diurni del Consorzio Intercomunale dei Servizi Sociali di Pinerolo.
Il progetto "La Voce nei Colori"- nato nel mese di gennaio 2022 nell’ambito del laboratorio di ideazione e scrittura dell’editoriale "Voglia di Pegaso"- è dedicato all’approfondimento del tema del Giorno della Memoria, commemorazione pubblica istituita in Italia con la Legge n. 211 del 20 luglio 2000 in ricordo non soltanto della shoah ma di tutti gli italiani che sono stati uccisi, deportati ed imprigionati.
L’idea che ha ispirato il progetto è stata quella di realizzare sul territorio della Città di Vigone, ove ha sede il Centro Diurno, un’opera al servizio della comunità in una prospettiva di memoria e ricordo dei deportati.
Nasce così la collaborazione con la Città di Vigone e con l’artista Elio Garis che ha condotto alla realizzazione di blocchi d’argilla raffiguranti gli elaborati artistici creati dagli ospiti del Centro Diurno, ciascun blocco dedicato ad un cittadino vigonese del nostro passato, che ha vissuto il dramma della deportazione e della prigionia.
Il lavoro di documentazione storica, all'origine del progetto, prende integralmente spunto dal secondo volume del libro "Tragiche Memorie" capitolo XII (Internati Militari Italiani), Editore Alzani, Museo Etnografico "L’ Rubat" di Piscina, a cura di Francesco Suino, ove sono raccolte le biografie dei prigionieri di guerra. La cittadinanza potrà in ogni caso segnalare al Comune eventuali nominativi di deportati non presenti nel libro "Tragiche Memorie" affinché si possa provvedere a inserirli nell'elenco delle piastrelle da realizzare.
Per l’anno 2023 vengono realizzate sei piastrelle: cinque dedicate agli uomini individuati in base al criterio dell’ordine alfabetico ed una dedicata a tutte le donne del territorio vigonese che hanno vissuto i terribili momenti della Seconda Guerra Mondiale, che hanno visto partire i loro cari e che con grande coraggio hanno sorretto le famiglie e la vita del paese.
SI tratta di un progetto "in divenire" da integrare nel corso del biennio 2023-2024 con l’aggiunta di ulteriori "blocchi della memoria" dedicati agli altri prigionieri di guerra riportati nel libro sopra citato.
L’obiettivo del progetto è la sensibilizzazione quotidiana e costante della comunità. Ogni volta che ci si imbatterà simbolicamente nelle "blocchi della memoria", essi richiameranno al cuore e alla coscienza individuale frammenti di un pesante passato, che non va dimenticato.
In questo senso la chiave di lettura offerta dai ragazzi ospiti del Centro, che hanno realizzato i disegni, è stata quella di dare voce a pagine oscure della storia attraverso la luminosità di colori in grado di trasmettere un messaggio di speranza per il futuro.
Da questa riflessione nasce il titolo "La Voce nei Colori", in cui il la piastrella d’argilla rimanda, attraverso la simbologia delle sue immagini, un messaggio al cuore di ognuno.
I primi sei simboli estrapolati dagli elaborati degli ospiti del Centro Diurno sono:

"FIORE": mattonella artistica realizzata da Michele Grimaldi. Rappresenta la rinascita e la bellezza.
Opera dedicata a BALOCCO VITTORIO, nato a Villafranca il 18/07/1918. Chiamato alle armi il 30 marzo 1939. Prigioniero dei tedeschi dal 10 settembre 1943 all'8 maggio del 1945. Nel settembre del 1943, insieme ad altri sei di Vigone, viene portato a Danzica e da qui trasferito in un campo di concentramento. Rimpatria nel 1946. Muore il 6/11/1996.
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.

"ARCOBALENO DI MANI" mattonella artistica realizzata da Michela Sciarrino. Rappresenta e simboleggia l’amicizia, la pace, l’aiuto reciproco, il sostegno.
Opera dedicata a BERNERO GIOVANNI, nato a Vigone il 02/08/1916 deportato il 09/09/1943 in un Campo di prigionia nei pressi di Colonia. Catturato dalle Truppe tedesche e internato in Germania il 10/09/1943. Trasferito in un altro lager incontra dei compagni vigonesi. Dopo un breve periodo viene spostato in un altro lager ancora e perde di vista gli amici di Vigone. Rimpatriato il 15/08/1945. Gli viene concessa la croce al merito di guerra per internamento in Germania. Muore a Vigone il 26/01/2012.
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.

"UOMO CON LO ZAINO"mattonella artistica realizzata da Roberto Flogna. Rappresenta l’umanità degli individui e il viaggio della vita di ognuno.
Opera dedicata a EANDI GIOVANNI BARTOLOMEO nato a Vigone il 19 settembre 1917. Deportato il 09 settembre del 1943 nel Campo di concentramento "Stargard 2 D" in Polonia per un paio di mesi. Poi prigioniero in una grossa tenuta agricola chiamata Salmov. Rientra in Italia il 02/10/1945 e la prigionia dura dal 09/09/1943 al 9/05/1945, trattenuto dalle Forze Alleate fino al 02/10/1945. Conferita la Croce di Guerra per internamento in Germania. Morto a Vigone il 10/05/1992..
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.

"CAVALLO", mattonella artistica realizzata da Roberto Flogna. Rappresenta ideali di coraggio, forza, eleganza. Vuole essere il trionfo della fine della segregazione, un cavallo di Troia al contrario che idealmente vuole portare fuori dai muri dei campi di sterminio la voglia di libertà, vita e umanità.
Opera dedicata a GALLIANA LEODARIO nato a Macello il 09 aprile 1923. Chiamato alle armi il 17 settembre 1942. Catturato prigioniero dai tedeschi viene internato in Germania il 07 ottobre 1943. Rimpatriato il 15 settembre 1945. Muore a Virle P.te il 04/10/2010.
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.

"FOGLIA" mattonella artistica realizzata da Sergio Bunino. Rappresenta la caducità della vita, la tristezza, la morte. Una morte che in un percorso ciclico peró non è più la fine ma semplicemente una fase, un passaggio verso una nuova rinascita e speranza, verso un nuovo germoglio verde.
Opera dedicata a GALLO LUIGI nato a Bubbio (At) il 28 luglio 1920. Catturato dai tedeschi a Prizren l’8 settembre del 1943. Portato al campo centrale di concentramento di Bremenvarde sul mare del Nord. Dopo alcuni giorni viene trasferito in un campo a Brema. Nel 1945 (26 giugno), dopo il rimpatrio dalla Germania, rientra all'arma. Presta servizio alla stazione carabinieri di Aqui terme, poi a Villafalletto, Alessandria e Ozzano fino al 1962. Da Ozzano a Vigone con il grado di appuntato. Nel 1972 a Pinerolo come sottufficiale. Si congeda il 28 luglio 1976. È uno dei soci fondatori del centro anziani di Vigone. Dall'ottobre 2008 Presidente onorario. Socio fondatore della Sezione Carabinieri in congedo "Carlo Alberto Dalla Chiesa" sorta a Vigone nel 1984. Nel 2000 Presidente onorario del gruppo. Muore a Vigone il 27/07/2015.
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.

"MEMORIE NEL CUORE" mattonella artistica realizzata da Michela Sciarrino. Rappresenta l’importanza della testimonianza affinché nei cuori mai si perda la memoria.
Opera dedicata alle donne, nella seconda guerra mondiale, come già era avvenuto nella prima, sostituirono gli uomini impegnati al fronte nelle varie mansioni da essi svolte in tempo di pace e rivelarono le stesse imprevedibili capacità. Le donne combatterono una loro guerra: talvolta furono costrette ad essere per i figli padri e madri nel contempo. Soprattutto per i figli sacrifici immensi, poiché cercavano di fare in modo che i disagi procurati dal conflitto pesassero sui loro famigliari il meno possibile. Parlando delle donne e la guerra dobbiamo ricordare le Crocerossine e le Madrine di guerra.
Tratto dal libro "Tragiche memorie" - Racconti ed episodi della II Guerra Mondiale - a cura di Francesco Suino - 'L Rubat- Piscina (To) Museo Etnografico della Pianura Pinerolese - Alzani editore, Pinerolo.
BALOCCO VITTORIO

Balocco Vittorio - Classe 1918 - nato a Villafranca P. te il 18 luglio 
(intervista del 2/2/1994 di Francesco Suino) 

Balocco Vittorio 
Classe 1918 - nato a Villafranca P. te il 18 luglio 
(intervista del 2/2/1994 di Francesco Suino) 

Sono nato alla cascina Musinasco di Madonna Orti di Villafranca Piemonte. I miei genitori erano da boé (bovari) in quella cascina. In famiglia, oltre ai genitori, vi erano tre fratelli e tre sorelle. Come paga, ci davano una parte di grano, di mais e altri prodotti da noi coltivati; oltre vino e carne suina. Quando avevo tre anni i miei genitori si trasferirono alla cascina del Poss (pozzo); poi alla cascina Bianca e Ariundin di Villanova Solaro, sempre da boé. Ricordo che il padrone della cascina del Poss mi chiese se preferivo andare a scuola o al pascolo delle mucche. Io risposi che preferivo andare al pascolo. Sovente, quelli di campagna non arrivavano alla quinta elementare. Dopo ci siamo poi trasferiti a San Michele di Villafranca. Nel 1931 e ?32 sono andato da vaché presso la cascina "Rossana" dai Beltramin di San Michele. Nel '33 dai Bertinetto alla cascina "Ruinet cit" di Cavour. 
Sono poi andato alla cascina del "Gavai piccolo", dai Geuna, a Vigone. Da coscritto abbiamo fatto festa due giorni. La visita di leva l'ho fatta a Vigone. con la mia squadra siamo andati a fare pranzo a Pinerolo: con me c'erano Simonin Aiassa (già deceduto), Pastorello di Via Torino, Gioanin Chiabrando di Via Vecchia e Geppe Peiretti di Via Cavour. Fui chiamato alle armi il 30 marzo del 1939. Andammo prima a Pinerolo e da qui alla caserma "La Marmora" di Torino, dove ci vestirono. Mi inquadrarono nel I Reggimento Artiglieria Alpina, 40a Batteria. Da Torino, al Distaccamento di Giaveno, dove rimasi fino a giugno, e dove poi partimmo per i campi estivi che si svolsero sulle montagne sopra Biella, dalle parti di Pollone. Dopo 40 giorni, finite le esercitazioni, ci mandarono a Bobbio Pellice, per il riposo. Da Bobbio, a piedi, ritornammo alla caserma "La Marmora" a Torino. In quel periodo quelli della Leva del '17 che dovevano essere congedati, furono trattenuti. Dopo otto giorni dal nostro ritorno ci mandarono ad accamparsi nello Stadio "Mussolini" di Torino (ndr: ora Stadio Comunale). Da lì, dopo una settimana, trasferimento sui confini della Francia: eravamo nell'autunno del '39. Lassù si facevano tattiche di guerra e si preparavano mine. Il 10 giugno del 1940 arriva la dichiarazione di guerra contro la Francia. Con i nostri cannoni eravamo piazzati al Colle della Croce (oltre il Pian del Pra). Si sparava sugli abitati di Ristolas, l'Echalp e La Montà. In quella occasione conobbi l'allora Colonnello Emilio Faldella. Ricordo che diceva: "Ij viv a fan la guèra. Íj mòrt a fan tèra" (i vivi fanno la guerra i morti fanno terra). Diceva quello per tutti i morti che c'erano. Finita la guerra contro la Francia, durata 15 giorni, restammo a presidiare fino all'autunno. In autunno ritornammo al nostro Distaccamento, che era ubicato presso la fabbrica di cioccolata, a Luserna. Fra di noi soldati, c'era apprensione: si temeva che le cose andassero male. 
A fine ottobre del '40 partimmo per Bari. Il giorno 29 ci imbarcammo con destinazione Albania. Arrivati a destinazione partenza per il fronte greco. Durante nostro avvicinamento incontrammo i nostri soldati, in ritirata, malconci e feriti: venivano chiamati "La Divisione della Mantlin-a"; avevano solo più la mantellina! In zona di operazioni piazzammo le nostre artiglierie. Non dico i morti che abbiamo visto! Rimpatriai il 10 giugno 1941, sbarcando a Bari. Da Bari ci mandano a Bussoleno, da dove mi hanno mandato in licenza. Quando arrivai alla cascina del Gavai stavano trebbiando il grano. Quando mi videro fermarono la macchina e mi fecero festa: finalmente respiravo la mia aria! Al ritorno dalla licenza passai poi tutto l'inverno di là del confine a Modane. Nel '42 ebbi un'altra licenza. Al mio ritorno mi comunicarono che il mio Reggimento si era ti sferito a San Giuseppe Cairo, sull'Appennino Ligure. Dopo vari mesi, in cui non si sapeva che intenzioni avessero, partimmo da Genova alla volta della Sicilia: si era già nella primavera del '43. Arrivammo a Villa San Giovanni che era ancora notte. All'alba subimmo un mitragliamento: rimasero uccisi due muli. Dalla stazione ferroviaria riparammo in un uliveto, per non farci scorgere. Ci fu poi l'ordine di ritornare al Nord. Arrivammo a La Spezia; dove ci fermammo. Già c'era il presentimento che qualcosa doveva succedere: eravamo ai primi di settembre. Noi si montava guardia sulle alture di La Spezia. Quando venne l'armistizio (ndr: 8 settembre '43) molti soldati misero a gridare che la guerra era finita. Mettevano fuori uso i ca noni e i fucili. Ben presto, però, i tedeschi presero la situazione in mano. Subito ci invitavano a tornarcene a casa, e non fare pasticci. Quel giorno e il giorno successivo, a La Spezia molte donne ci invitavano a vestir da borghese, con il loro aiuto. Io, con Peiretti di Castagnole e Dino Messa di Vigone, che era del '17, ci avviammo verso la stazione ferroviaria di La Spezia per risalire verso Torino: noi si era ancora in divisa. A Genova scendemmo. Anche lì era sotto controllo dei tedeschi. Ripartimmo verso Torino. Ad Alessandria i tedeschi bloccano treno per radunare i militari fuggiaschi. Il Messa fu ferito. Dopo alcune ore, tutti i soldati italiani furono portati in una caserma, detta "La Cittadella": era il 9 settembre. Dopo tre giorni, ci fecero salire sulla Tradotta formata da carri merci: se ricordo bene era di sabato. Il giovedì successivo eravamo arrivati a Danzica, sul Mar Baltico. In quella Tradotta c'erano altri sei di Vigone: Amparore Domenico, Oggero Lorenzo, Bertea Ettore e i fratelli Grella Battista e Michele. 

La prigionia 
Da Danzica ci portarono in un Campo di concentramento; persi di vista quelli di Vigone. Durante il tragitto, a piedi, le donne tedesche ci sputavano addosso e, urlando, ci davano dei traditori. In quel Campo potevamo essere non meno di 15.000 prigionieri. Il Campo era circondato da decine di postazioni di mitraglie. Dopo qualche giorno ci radunarono e chiesero chi voleva andare con i repubblicani (ndr: la Repubblica di Salò) e che pertanto saremmo tornati in Italia. Fra quelli che ci invitavano a passare con i repubblicani, c'era un Tenente italiano. Nessuno si mosse. Solo nei giorni seguenti qualcuno accettò di andare con i repubblicani. Questi, per sfotterci, venivano a mangiare la pastasciutta davanti a noi, per far vedere che stavano bene. In quel Campo rimanemmo per 40/50 giorni: non si faceva nulla; si aspettava solo che passasse il tempo. La disciplina non mancava. Ricordo che un giorno, un ragazzo quattordicenne, ma che dimostrava molto di più della sua età, fu ucciso dalle guardie perché tentò di prendere alcune patate che erano ammucchiate vicino alle cucine. Fui poi trasferito in un altro Campo a 50/60 km da dove eravamo arrivati il primo giorno. Eravamo nella regione della Pomerania (ndr: attualmente divisa fra Germania e Polonia). Ricordo quel 13 febbraio del '44 quando, alle 3 di notte, ci fecero uscire dalle baracche, così come eravamo, per controllare se nascondevamo del cibo. Ci tennero in cortile fino alle 2 del pomeriggio. Fuori c'erano almeno 20 centimetri di neve. Il freddo ci impose di correre per scaldarci, e tenerci stretti per non congelare; non pochi cadevano sfiniti. Ad agosto '44, con altri 22 soldati, anche loro prigionieri, ci mandarono in un'azienda agricola a lavorare. Quell'azienda era di proprietà di una donna svizzera, vedova, e contava almeno 2000 giornate di terreno. Arrivati sul posto il Maister (il fattore dell'Azienda) chiese se c'era qualcuno che sapeva mungere le mucche. Io e un amico bresciano (Chiarini Guido) ci facciamo avanti dicendoci pronti. Egli, il Maister, ci fece subito andare nella stalla e ci mise alla prova; non passò 15 minuti che disse "Gutgut", che andava bene. In quella stalla non c'era meno di 150 vacche olandesi. Ogni tanto il Fattore ci dava qualche filone di pane, in soprappiù. Trovandomi in quel posto fui praticamente tagliato fuori dagli altri Prigionieri dei Campi: ecco perché non riuscii a rimpatriare nel '45, ma l'anno dopo. Nella primavera del '45 i russi avanzavano verso la Germania. Noi eravamo presi tra due fuochi: da una parte i tedeschi che cercavano di frenare l'avanzata e, dall'altra i russi che premevano. 
In quella situazione, tutti noi che eravamo in quell'azienda, cercammo di andarcene per il nostro destino; prima liberammo tutti gli animali, perché, non più assistiti non dovessero morire di fame. Non si sapeva da che parte andare. Sulle strade vi era grande confusione. Si vedevano donne tedesche con i loro bambini che cercavano di andarsene lontano. I russi fermavano quei fuggiaschi e toglievano loro gli oggetti d'oro che avevano addosso. Molte volte mi fermarono i russi, chiedendo chi ero e cosa facessi: "Italianscki" dicevo e mi invitavano a tornarmene a casa. Ero ancora con l'amico bresciano quando ci imbattemmo in auto e roulotte abbandonate dai tedeschi in fuga: erano cariche di materiale e di cibo: ci rifornimmo. Nel nostro peregrinare entrammo in una casa, da poco abbandonata; c'era ancora il fuoco acceso e un recipiente con la minestra che cuoceva. In quell'attimo mi ricordai di mio padre di quando era in guerra (la 1° guerra mondiale) che, entrando in una casa, trovò la polenta fumante sulla tavola. Dopo alcuni giorni, intanto persi di vista il bresciano, mi trovai, nella cittadina di Stolp (ndr: ora Slupsk, cittadina della Pomerania nel Voivodato, attualmente Polonia). Avevo poi deciso di ritornare a Kleind dove c'era l'azienda agricola, quando incontrai due russi ubriachi; mi fermarono facendo domande che non capivo; ma capii quando mi misero la pistola sotto il mento, minacciando di uccidermi. Eravamo addossati ad una casa e da fuori notai che dentro c'erano donne e bambini tedeschi che erano tenuti prigionieri; ad un momento un russo mi diede una bomba a mano invitandomi a gettarla in mezzo a quella gente: io rifiutai. Dopo un tira e molla i russi cambiarono idea; mi invitarono poi a bere con loro, rimasi poi due giorni prima di ripartire. Mi misi di nuovo in viaggio e incontrai altri russi. Dovevo passare davanti ad una caserma: avevo paura che mi fermassero di nuovo. Nel mentre che pensavo sul da farsi, vedo arrivare una donna che spingeva un carrettino: ella portava suo marito che era senza gambe. Appena quella donna mi fu vicino feci finta di aiutarla a spingere il carrettino. Infatti, loro capirono la mia situazione e lasciarono fare. 
Arrivato a casa, da queste persone, mi feci la barba e poi essi mi diedero da mangiare. Proseguii per Kleind...Arrivato in paese mi ferma un altro russo: nel mentre parlottavo mi vedo arrivare il polacco che era con noi all'azienda agricola; egli parlò al russo dicendo chi ero. Ci lasciarono andare. Arrivammo finalmente in azienda. Quella sera, mentre eravamo a tavola, mi vedo arrivare il bresciano: anche lui aveva pensato be di ritornare. L'indomani pensammo bene di radunare tutti gli animali che avevamo precedentemente liberato, e li portammo nella stalla. 
Dunque riprendemmo il lavoro in campagna e, vista la situazione si arrivò nel marzo del '46. Il 30 marzo del '46, con l'amico bresciano, decidemmo di partire. Un po' in treno e un po' a piedi, arrivammo verso i confini dell'Austria. Ancora una volta fummo fermati dai russi: noi non avevano più nessun documento, nemmeno le piastrine di riconoscimento. Dopo l'interrogatorio e capito che eravamo soldati italiani, ci la-sciarono partire. Attraversammo il confine con l'Austria e giungemmo a Innsbruck. Da Innsbruck passammo il Brennero, ma qui, le guardie italiane ci fermarono. Volevano sapere tutto di noi e del perché fossimo arrivati appena ora. Dopo due giorni ci dettero poi il permesso di entrare in Italia. Dal Brennero a Pescantina. A Pescantina incontrammo un Colonnello che, saputo di noi, volle incaricarsi di portarci fino a Verona. Da Verona sul treno per Milano-Torino. Il bresciano scese dalle sue parti. Egli, seppi poi, aveva lasciato a casa moglie e un figlio. Arrivai finalmente a Torino. Proseguii per Airasca e Vigone. Devo dire che i miei genitori mi consideravano morto: non avevano più avuto notizie. I miei genitori e un fratello abitavano a Cavour vicino al ponte di Montebruno. A Vigone mi presentai da mia sorella che, vedendomi, non pensava che fossi io: era 1'11 aprile 1946. Da Vigone avvertimmo i miei genitori; venne mio fratello a prendermi con la doma. Sei mesi dopo il mio arrivo morì mia madre. Mi sposai il 16 novembre del '47: ero ancora con mio padre. Nel frattempo ci trasferimmo a Rivalba Appendini di Buriasco. Nel 1950 lasciai mio padre e venimmo alla cascina del Vicario, dai Manero, dove prestavo servizio come lavorante. Nel 1953 andai a lavorare dai Bertero di Sornasca (ndr: frazione di Vigone): rimasi quattro anni. Altri cinque anni li passai da Valinotto, del ponte di Cavour. Affittai poi della terra e la condussi per mio conto: abitavo in Via Cavour. Quando arrivai dalla prigionia non avevamo un pezzo di pane. La guerra ha portato solo miseria. Abbiamo di nuovo cominciato da zero. Dopo quei fatti mai più avrei pensato che sarebbero successe ancora guerre: mi riferisco alla guerra di Bosnia. Quando c'è stata la guerra contro Saddam (1990) abbiamo visto quei due piloti italiani che erano stati presi prigionieri. Quando li hanno liberati erano esaltati come eroi. Non bisogna dimenticare che quei due erano di firma, e ben pagati. Noi eravamo obbligati! 
Vittorio Balocco muore il 6 novembre 1996. 

Dal foglio matricolare di Vittorio Balocco 
Fonte: Archivio di Stato di Torino 
Balocco Vittorio nato a Villafranca Sabaudia il 18 luglio 1918; di Francesco e di Osenda Angela. Alla visita di Leva fatto abile e arruolato. Soldato di Leva classe 1918 e lasciato in congedo illimitato li maggio 1938. Chiamato alle armi e giunto li 30 marzo 1939 e tale nel 1° Reggimento Artiglieria Alpina. Sul Fronte Occidentale li 11 giugno 1940 (frontiera francese ndr).
Partito per l'Albania e imbarcatosi a Bari li 29 novembre 1940. Sbarcato a Valona li 30 idem. Rimpatriato e sbarcato a Bari li 10 giugno 1941. Catturato dai tedeschi e condotto in Germania li 10 settembre 194 Rientrato in Italia e presentatosi al Centro di Raccolta di Verona 10 aprile 1946. Considerato prigioniero di guerra a tutti gli effetti. 
Mandato in congedo illimitato li 12 giugno 1946. 
Servizi: Conducente. Dall'11 al 25 giugno 1940 ha partecipato alle operazioni di guerra alla frontiera Alpina Occidentale col l'Artiglieria Alpina. Dal 29 ottobre 1940 al 23 aprile 1941 Operazioni alla frontie greco-albanese col 1° Artiglieria Alpina. Prigioniero dei tedeschi dal 10 settembre 1943 all'8 maggio 1945 trattenuto dalle Forze Alleate fino al 10 aprile 1946. Campagne di guerra 1941/42/43/44/45. Conferita Croce al merito di guerra dal Comando Distretto Milita] di Torino il 13 aprile 1941, numero 3101 e numero 1534 di concessione. 
Autorizzato a fregiarsi del Distintivo d'Onore di Volontario del Libertà, D.L. 3 maggio 1945, numero 1012 del 12 giugno 1980. Domicilio: da Vigone alla cascina Rivalta e poi ancora a Vigone. 




Documenti allegati:
Scheda Vittorio Balocco


BERNERO GIOVANNI

Bernero Giovanni - Classe 1916 - nato a Vigone il 2 agosto. 
(Intervista del 1° dicembre 1997 di Francesco Suino) 

Allo scoppio della guerra contro la Francia fui mandato a Fossano. Dopo alcuni giorni a Ponte San Bernardo, nei pressi di Bagni di Vinadio e da lì all'Argentera ai confini della Francia. Lassù, era luglio, quando arrivammo cominciò a nevicare; montammo le tende. Quella sera non arrivò il mangiare, ma in compenso montai di guardia mentre la neve continuava a cadere fittissima, in quel frangente mi presi un principio di congelamento ai piedi. 
Da quel posto ritornai a Fossano, accompagnando i muli che erano malati: detti muli venivano ricoverati nella loro apposita infermeria, ed io ero assegnato alla loro cura. Da Fossano fui mandato a Tolmino dove c'era il mio Reggimento. Da Tolmino a Caporetto. In quel periodo venne una circolare che chi era figlio unico, come me, e il padre anziano (mio padre aveva già 75 anni) poteva fare richiesta di avvicinamento a casa, pur rimanendo sotto le armi. Quando mi chiesero dove volevo essere mandato risposi che andava bene a Pinerolo: mi risposero che lì non era possibile perché c'erano solo gli Alpini e la Cavalleria. Fui poi mandato a Torino, dove c'era l'Artiglieria (Corso Valdocco). Quando arrivai mi chiesero cosa ero capace a fare: risposi che facevo il cuoco, anche se non era vero; di cuochi, però, non ne avevano bisogno; mi assegnarono poi quale attendente a due ufficiali. Uno di quei tenenti se ne andò. Rimasi ancora due settimane con l'altro tenente e poi non mi fu più possibile restare. Mi mandarono al Campo di Aviazione di Corso Francia: lì c'era contraerea. Visto che anche lì non si poteva fare il cuoco (eravamo in 24 persone) mi chiesero se volevo fare il corso da Telemetrista: così feci, ma prima mi fecero fare la visita oculistica. Il corso lo feci a Nettuno, nei pressi di Roma. A tenere il corso erano i tedeschi; imparai bene a usare il telemetro. Finito il corso ritornai a Torino e mi assegnarono come aiutante telemetrista presso il Campo di aviazione. Venne l'8 settembre '43, giorno dell'Armistizio. Nel Campo d'Aviazione c'eravamo 24 italiani e dei tedeschi. 
Saputo dell'Armistizio tutti noi volevamo andarcene via, a casa ma il nostro tenente ci disse che se scappavamo ci avrebbe denunciati. Ci disse che i tedeschi non ci avrebbero fatto niente, ma non fu così: uno solo di noi scappò. Quello stesso giorno i tedeschi ci portarono nelle caserme, in Torino, a requisire le armi abbandonate. La sera ci portarono alla caserma della Fanteria, in Torino. Il giorno dopo, 9 settembre, alle quattro del mattino, i tedeschi vennero a darci la sveglia, ci inquadrarono e ci portarono alla stazione Dora; ci caricarono sui carri bestiame. Alcuni, più furbi, mentre si era ancora in stazione, fecero finta di andare a riempire d'acqua le borracce e sono scappati. Partimmo. Passammo il Brennero e giungemmo in Austria, e poi oltre. Viaggiammo alcuni giorni senza farci scendere dai vagoni e visto che si aveva necessità di fare i bisogni corporali, facemmo un buco nel pavimento del vagone. Quando i tedeschi si accorsero del buco sul pavimento, vollero sapere chi fosse stato, volevano ammazzarlo, ma quella volta andò bene! Durante il viaggio ci requisirono i nostri oggetti personali, come gli orologi; ma poi intervennero i loro superiori per porre fine a quelle requisizione. Arrivammo in Germania "non ricordo bene dove" e portati in un Campo di prigionia. Al Campo cominciarono a fare dei gruppi uomini, chi di qua, chi di là, per sottoporci alla disinfezione, nudi. 
In quel Campo incontrai il vigonese Michele Cavallone: egli  era già in quel Campo quando arrivai io. Dopo qualche giorno, lo perso di vista e non lo rividi più. Nel viaggio mi ero portato dei vestiti e coperte che avevo trovato ormai abbandonati nelle caserme, a Torino. Di questa roba ne detti poi a Michele e Tistin (Battista) Grella ? dei quali parlerò più avanti. Tutti i prigionieri furono poi destinati ai lavori: io fui messo a lavorare alla linea ferroviaria che era stata bombardata. Dopo qualche mese una decina di noi fummo mandati in altra località, nei pressi di Colonia; cinque di noi furono addetti a lavorare in una segheria; gli altri cinque in una fabbrica di inscatolamento di carne. Un po' di tempo dopo, io, con altri, ci trasferiscono altrove ? non, dicevano mai niente dove si andava. Dopo aver camminato per tu il giorno ci fermammo in un luogo dove c'erano delle baracche, e ormai notte fonda. Mentre eravamo lì, e dopo averci sistemato in un angolo alla meglio, per passare la notte, ecco che giungono altri prigionieri da altri Lager. Tutt'intorno era buio pesto quando ad un tratto mi trovai davanti due persone e uno mi chiese se lasciavo un po' di posto a suo fratello che non si reggeva in piedi, perché ammalato; senza indugiare feci posto a quella persona e all'altro. Rimanendo vicini entrambi capimmo di essere piemontesi: uno dei due mi chiese da dove venivo e io gli risposi che ero di Torino tanto per indicare un luogo conosciuto ma questi mi chiese il luogo preciso e io gli dissi che ero di Vigone e, dopo un attimo di sorpresa e sgomento insieme, questi mi disse che era anche lui di Vigone: "Sono Michelin (Michele) Grella (delle Fontanette); egli era il fratello di Tistin che mi chiese un po' di posto. Con Michele eravamo anche coscritti.
Assieme ai Grella c'era anche il vigonese Domenico Amparore e uno di Villafranca. L'indomani passammo alla disinfezione: noi da una parte e i vestiti dall'altra. Dopo un breve periodo ci trasferirono in un altro Lager (non vidi più gli altri amici vigonesi).
In quel nuovo posto ci passarono la visita e, sulla base del nostro stato fisico, ci divisero in tre categorie: la prima prevedeva il lavoro miniera "cui io fui addetto" la seconda in fabbrica; la terza in campagna. 
I fratelli Grella furono mandati in fabbrica; altri in campagna come Giovanni Eandi, di Vigone. lì c'era anche "Gironi" (Gerolamo) Cordero che era infermiere. 
Ancora una volta rimasi solo, senza amici. 
Come detto mi mandarono in miniera di carbone. 
Si scendeva con una gabbia, che conteneva una ventina di persone e mentre scendeva questa, c'era l'altra che veniva su con i carrelli carbone. 
Si scendeva a 1100 metri. 
Il primo giorno in miniera mi misero con un'altra persona che mi fece vedere il lavoro da fare. 
Ad ogni persona veniva assegnato un quantitativo di materiale da materiale, veniva segnato con la nostra matricola e se non si finiva si restava lì sotto fino al termine del lavoro assegnato. 
Altre persone lavoravano in superficie: prelevavano i carrelli con e lo smistavano al posto dovuto. 
Il compagno che era con me era addetto al martello pneumatico e io caricavo il carbone sul nastro trasportatore. Dopo una quindicina di giorni feci quel lavoro da solo. 
Man mano che si avanzava la galleria veniva puntellata con travi. Ogni tanto suonava l'allarme e il lavoro si fermava. 
La giornata lavorativa era di otto ore, suddivisa fra tre turni: un turno scavava il carbone; l'altro turno toglieva la pietra superflua e puntellava il soffitto e l'altro turno provvedeva ad allungare il nastro trasportatore lungo la galleria. 
Il carbone veniva caricato sul nastro trasportatore che lo portava galleria centrale da dove veniva versato nei carrelli, che a sua volta venivano caricati sull'ascensore (gabbie). 
Il lavoro era molto e il mangiare poco. Con la debolezza che si aveva si tribolava a finire il lavoro assegnato. 
Nel cosiddetto "tempo libero" si andava a razzolare nei rifiuti per qualcosa di commestibile: anche le bucce di patata andavano. Ma questa raccolta non dava sempre buoni frutti per chi arrivava tardi: coloro che lavoravano in superficie erano i primi a passare la "rivista". Il nostro pasto comprendeva una minestra e un pezzo di pane, ritirare il cibo era un incaricato della nostra squadra: egli distribuiva il rancio a tutti, prima di mangiare lui; il pane lo pesava su una bilancia costruita da lui: se alla fine capitava di non avere più pane non avendo pesato giusto, egli restava senza. Ogni quindici giorni c'era una giornata di riposo: In una tale occasione andavo alla cucina del Campo per chiedere se avevano bisogno di lavoro - questo affinché mi passassero un po' di cibo extra una volta (devo ricordare che eravamo già qualificati come opera civili e ognuno aveva una specie di libretto di lavoro) andai in cera di qualche barbabietola o delle patate. Mentre gironzolavo con le mani in tasca mi fermarono dei tedeschi che capirono le mie intenzioni. Mi presero e mi rinchiusero in una baracca lì vicino (deposito di attrezzi agricoli), mi legarono e mi lasciarono solo. Riuscii poi a slegarmi e uscii da quel luogo. Nell'attraversare il campo mi vide una guardia che mi dette l'altolà: io gli feci capire che andavo a lavorare; quella volta andò bene. Rientra in baracca e mi misi a letto. Lì in miniera si moriva senza avere la febbre: si moriva di deperimento. Ricordo di una volta di sei o sette persone che quando uscirono dalla miniera non ebbero più la forza di fare il bagno - che si faceva ogni giorno, dopo il lavoro - si sedettero su una panca vicina alla baracca senza più muoversi e l'indomani li trovammo morti morti per la fatica e il deperimento. Una sera forse ai primi di aprile '45 vennero i tedeschi in baracca a chiedere chi aveva marcato visita per essere trasferito in infermeria, "all'ingrasso", come si diceva, ed io ero tra quelli. Prima di essere mandato in infermeria, furono radunati tutti prigionieri del Lager e fummo portati via. Si procedeva incolonnati, sulla strada, a piedi. Quando si incontrava della gente del luogo specialmente le donne, ci guardavano con tristezza: capimmo poi il motivo. Dopo molte ore che si camminava vedemmo una staffetta motociclistica ritornare indietro - era in avanscoperta - e riferì ai suoi responsabili. Qualcuno dei nostri che capiva il tedesco ci riferì che più avanti la strada era bloccata dagli americani: la notizia percorse tutta la colonna. Ritornammo indietro, al Campo. Sapemmo poi che ci portavano in un altro Lager per la cremazione: ma quel Lager era già stato occupato dagli americani. Al Campo entrai dunque in infermeria. Di lì a pochi giorni suonò improvvisamente l'allarme: ci precipitammo nei rifugi. Dopo un paio d'ore l'allarme cessò e noi uscimmo dai rifugi. Appena fuori ci guardammo attorno e vediamo dei carri armati attorno al nostro Campo: erano americani! 
Essi andavano e venivano dentro e fuori dal Campo; a vedere quello era come una visione celestiale. Gli americani ci chiesero chi eravamo. In quel trambusto tutti i prigionieri andavano in giro in cerca di cibo: prendevano tutto quello che trovavano. Io fui poi ricoverato all'Ospedale. Tali avvenimenti successero alla metà di aprile '45. Andando in Ospedale - non ricordo la città - non mi portai i vestiti dietro; quando uscii presi in 'prestito" delle divise di militari russi che erano morti. Fuí poi trasferito in un altro Campo e da lì rimpatriato. Arrivai a Vigone a fine luglio 1945. Il 18 luglio era morto mio padre, mia madre era morta nel 1918 di febbre spagnola. Quando arrivai a Torino, a Porta Nuova, incontrai Francesco Tibaldo, della Prensia. Ci accompagnammo fino ad Airasca, e da qui a Vigone con il biroccio dei suoi familiari, che lui aveva fatto chiamare: il treno per Vigone-Saluzzo non poteva transitare perché i ponti sul Lemina e il Pedice erano andati distrutti. Dopo il mio ritorno a casa andai a lavorare in campagna, da una cascina all'altra, e poi, man mano, cercai di migliorare. Il 18 novembre 1948 mi sono sposato. 

Note: dal libretto di lavoro del sig. Bernero rilasciato in Germania leggiamo: Bochum 8 - A. Comp. 3° M. Luchenvalle. 

Dall'Archivio di Stato di Torino 
Bernero Giovanni Battista, nato a Vigone 2 agosto 1916, di Giorgio e Piccotto Margherita. 
Soldato di leva classe 1916 e lasciato in congedo illimitato li 1° agosto 1936 
Chiamato alle armi e giunto li 6 ottobre 1937 - XV E.F. Tale nel 28° Reggimento Artiglieria D.F. (Divisione Fanteria) li 7 agosto 1937 
Mandato in congedo illimitato 26 agosto 1938 
Servizi: Salmiere di Batteria Obici da 100/17. Carrellata 
Richiamato alle armi e giunto al 28° Artiglieria D.F. li 9 settembre 1939 (di Alessandria) 
In territorio di guerra li 11 giugno 1940 
Tale nel 157° Reggimento Artiglieria Divisione Fanteria "Novara" mobilitato, 15 aprile 1942
Trasferito al Deposito del 10 Artiglieria d'Armata a Moncalieri li 29 gennaio 1943 
Catturato dalle Truppe tedesche e internato in Germania li 10 settembre 1943. Rimpatriato li 15 agosto 1945 
Dall'11 al 25 giugno 1940 operazioni alla frontiera Alpina Occidentale (Francia ndr) col 28° Artiglieria 
Concessa la Croce al merito di guerra per internamento in Germania, determinazione del 21 marzo 1968, numero 1324 




Documenti allegati:
Scheda Giovanni Bernero


EANDI GIOVANNI

Eandi Giovanni - Classe 1917 - nato a Vigone il 19 settembre - Coltivatore diretto 
(intervista del 13 aprile 1984 di Francesco Suino e del cav. Ubertino Rivolo) 

Sono andato a soldato nel 1938; assegnato nel 6° Reggimento Fanteria, a Palermo. Divisione "Vespri Siciliani". Ero di complemento. A fine agosto del '39 fui mandato in licenza, in attesa del congedo; la licenza era di 60 giorni. Non arrivando il congedo, la licenza fu prorogata di altri 80 giorni. Alla scadenza della licenza fui richiamato e trattenuto alle armi. Fu mandato in Sicilia, sede del mio Comando; restai fino al giugno del '40. Mentre ero in Sicilia picchiai un Sergente. Per punizione mi mandarono nel 17° Reggimento Fanteria  "Divisione Acqui" e fui mobilitato in Grecia. Andai, dunque, sul fronte greco. Rimasi sempre in prima linea fino a quando mi fecero prigioniero i Greci: era il gennaio del '41. Mi hanno poi liberato dei paracadutisti tedeschi, a Creta. Mi mandarono, con gli altri prigionieri a Bari, con la nave "Livorno". Sbarcati a Bari ci misero in un Centro di raccolta di Torre a Mare hanno formato tre Battaglioni: uno l'hanno mandato a Sacile, un altro a Torino e l'altro a Vercelli: io sono andato a Vercelli. Questi soldati, già prigionieri, erano in attesa di giudizio per essere stati fatti prigionieri. Quelli, come me, che erano stati fatti prigionieri, li classificavano "traditori della Patria". Volevano sapere se ci eravamo dati prigionieri, o se ci aveva presi i Greci. A Vercelli sono stato 40 giorni; a casa, i miei familiari non sapevano nulla; dal Comune di Vigone sapevano soltanto che ero disperso sul fronte greco. Quel giorno che è arrivata la Commissione per l'interrogatorio, chiesero come erano andate le cose; se ci siamo arresi, oppure no. Ci chiesero anche se erano i nostri ufficiali che ci hanno dato l'ordine di arrenderci: ma così non era stato. Eravamo circondati dai Greci un bel momento siamo rimasti senza munizioni, e senza viveri. Inoltre il nostro Battaglione mitraglieri era rimasto distaccato dal resto del Reggimento. Quando ero sul Fronte greco sono stato sotto il Comando delle divisioni "Parma", "Bari", 'Modena" e "Lupi di Toscana". Ritornando al processo, mi ero già stufato di tutti quegli interrogatori. Una bella volta dissi alla Commissione: "Criste, se mi lasciavano a casa non mi prendevano prigioniero". Allora, un ufficiale, mi disse di andare in Fureria per farmi fare una licenza; andai in Fureria e mi feci fare la licenza dal primo scrivano che incontrai! Restai a casa 12 giorni. Ero arrivato con il treno fino ad Airasca era già sera, e mi incamminai verso Vigone, a piedi: da Airasca non c'era più la coincidenza per Vigone. Arrivai a Vigone che era notte fonda, ma non andai subito a casa; andai da mia sorella che era sposata con Ceaglio. Arrivato mi feci subito andare due uova: avevo una fame che li mangiai in un sol boccone. Finita la licenza mi recai al mio nuovo Comando, con sede a Cremona. Da lì mi mandarono a Silandro, in Alto Adige. A Silandro era distaccato il mio nuovo Comando. Un bel giorno suonarono l'allarme. Ci radunarono tutti in cortile in fila per tre. Davanti a noi c'era un Maggiore accompagnato da un ufficiale medico. Il Maggiore disse alla prima fila di fare un passo avanti e cominciò a passare in rassegna, dicendo: "Questo meno atto alle fatiche di guerra; questo idoneo al Corpo; questo meno atto; questo idoneo" e così via di seguito. A me mi fecero meno atto. 
Ma, pur passandoli tutti in rivista, non riuscirono a formare i due Plotoni che volevano; uno dei Plotoni sarebbe andato a Verona e l'altro a Trento, per poi essere mandato in Russia. 
Allora il maggiore ripassò in rivista quelli che aveva scartato quando fu da me mi disse che ero idoneo al Corpo. Io scattai su e dissi che dieci minuti prima non lo ero, e pertanto volevo rimanere qui: non mi misi nemmeno sull'attenti. Il Maggiore si mise a gridare chiamò il Capo Posto e mi portarono in prigione.  Più tardi vennero e mi chiesero cosa avessi deciso: dissi che srei rimasto in prigione. "E allora marcirai qui dentro", mi dissero. L'indomani mi mandarono in infermeria e, dopo le visite, mi fecero meno abile. Mi mandarono poi all'Ospedale Militare di Bolzano, come modello 81 (ndr: articolo di codice militare). Mentre ero a Bolzano arrivò un telegramma per me, ma io non sapevo di cosa si trattasse. Mi chiamarono e mi dissero di andare a versare il corredo: pensavo che fosse per una convalescenza. Stava già arrivando il trenino e la licenza non c'era ancora. Corsi in fretta in Fureria e, incontrato il furiere, gli chiesi della mia licenza: "È qua", mi disse; gli strappai di mano la licenza e corsi in fretta alla stazione; salii di corsa sul trenino. Seduto che ero in treno, lessi il foglio della licenza: stava scritto: "Licenza straordinaria per gravi motivi familiari". Non potevo immaginare cosa poteva essere. Arrivato alla Stazione ferroviaria di Vigone, incontrai i miei parenti che aspettavano il treno per ritornare a casa, a Villafranca. Da loro seppi che venivano dal funerale di mia mamma. Così non rividi più mia mamma, nemmeno nella bara. Rimasi a casa per 10 giorni e poi ritornai a Silandro. Arrivato marcai visita; mi dissero che mi rimandavano in osservazione come de 81, non avendolo potuto fare prima. Cercarono la mia cartella non la trovarono più: allora mi applicarono l'articolo 75. Rimasi per 12 giorni in osservazione; mi fecero poi sedentario per insufficienza masticatoria, (già allora mi mancavano 16 denti). Restai a Silandro fino all'8 settembre del '43, giorno dell'Armistizio. In quel periodo ero attendente di un Capitano. Subito dopo l'Armistizio vi fu un grande sbandamento: non si sapeva cosa fare. Dopo pochi giorni i tedeschi ci presero prigionieri e ci mandarono a Males, sul confine Austro-Svizzero. Da lì ci trasferirono a Insbruk in un Campo di concentramento. Da lì ci divisero dagli ufficiali. Lo stesso mese di settembre ci caricarono sul treno e ci mandarono in Prussia Occidentale nel Campo di Concentramento "Stargard 2 D" nei pressi di Stettino (ndr: Stargard si trova oggi in Polonia, ai confini dell?attuale Germania), Laggiù ci siamo poi trovati i nostri ufficiali. 
Nel campo di concentramento, dopo pochi giorni, ci riunirono tutti nel cortile; c'erano degli ufficiali tedeschi e, mi pare, dei fascisti.
Ci invitarono ad aderire alla nuova Italia fascista e alla Wehrmac. Ci dissero che il Duce era stato liberato ed era ritornato a comandare. Ci chiesero di alzare la mano per chi voleva aderire alla nuova Italia fascista: nemmeno uno alzò la mano. Visto così fecero altri tentativi per incastrarci. Uno di loro urlò: "Salute al Duce", e, come si sa, si doveva scattare sull'attenti e alzare il braccio destro; ma nessuno si mosse. Allora, i tedeschi, gridarono: "Viva il Re, viva Badoglio"; questo per vedere la nostra reazione. Allora tutti risposero: "Viva il Re, vita Badoglio". I tedeschi si arrabbiarono a sentire questo e cominciarono ad insultarci; ci chiamavano "luridi traditori badogliani". Dopo quell'adunata ci portarono in un magazzino e ci fecero posare le nostre scarpe; ci diedero dei chabot di legno. Della nostra roba personale ci lasciarono solo un paio di pantaloni, una camicia, un paio di mutande: il resto ci presero tutto. Per i primi tre giorni niente da mangiare: madòsca avevo fame... A Stargard 2 D rimasi un paio di mesi. Furono giorni di fame, botte e di pidocchi. In quel periodo fu scritto uno speciale "Bollettino di Guerra". 

Bollettino n. 100 
Dal gran Quartier Generale delle Forze Armate, si comunica: questa notte verso le 22, reparti cimici motorizzati della banda ex pidocchi hanno vivacemente attaccato di sorpresa le nostre baracche. Per quanto assopite nel sonno, le nostre truppe hanno svolto una brille opera di schiacciamento mettendo in funzione le potentissime unghie del pollice, ottenendone un clamoroso successo. Verso le 2 dopo mezzanotte, detto comando tramite radio, avvertiva che l'armata delle pulci, lanciavano sui fianchi le sue cavallerie le quali saltavano ogni ostacolo e superando pazze le mutande, si dilagavano sulla pianura pancia a quota 541. Immediatamente, con l'intervento del Genio guastatori, venivano, abbattute e decimate. 
Alla mattina, di buon'ora, venne da parte nostra il rastrellamento da parte nemica si ebbero 300 morti fra pidocchi, pulci penetranti e, infine, alcune piattole prigioniere. Da parte nostra le perdite sono state minime: una cinquantina di bestemmie, alcuni sin alle camicie e alcuni bottoni saltati in aria dall'accanito combattimento. 
Firmato: botte infernali - Generale Nay 
(ndr: quando andai a casa di Giovanni, per l'intervista, mi fece vedere un pezzo di carta con su scritto il "Bollettino di Guerra" che aveva portato dalla prigionia. Ci parrà strano tutto questo ma, in realtà, serviva per sopravvivere). 
Dopo quei primi due mesi, capitò un giorno che mi chiamarono al Comando tedesco, con altri prigionieri. Ad ognuno chiesero che mestiere avevamo. Poi ci fecero fare l'impronta del dito, con l'inchiostro. Alla sera, con altri, ci fecero partire su un treno, con destinazione ignota. Ogni tanto il treno si fermava in qualche stazione. Capitò che in una stazione vedemmo dei Carri merci carichi di patate, fermi sul binario accanto; cercavamo di prendere delle patate, cercando di eludere la sorveglianza dei tedeschi ma questo non fu possibile, e allora giù botte con il calcio del fucile: na madòsca... che vita per una patata! 
Dopo altre ore di viaggio arrivammo in un'altra stazione, non so c'erano ad aspettarci tre carri, trainati da due cavalli. Ci fecero scendere dal treno; eravamo in 32 e salimmo sui carri. 
Viaggiammo per tutto il resto della notte e la mattina successiva verso le due del pomeriggio arrivammo ad una cascina, ma in realtà era una grossa tenuta agricola, chiamata Salmov. 
Arrivò il Fattore e ci sistemò in una baracca, ancora senza mangiare. Scoprimmo che la nostra baracca era contigua a quella di prigionieri russi: facemmo subito conoscenza, nonostante che non capissimo la loro lingua; essi, attraverso delle fessure, ci passarono delle fette di patate crude. A Salmov restammo un po' di tempo. Ci trasferirono poi in un'altra tenuta agricola, a Plachenagher, che era di proprietà di un Barone. A Salmov dovevano arrivare dei prigionieri canadesi. A Plachenagher rimasi per tutto il resto della prigionia. Una mattina, era il 4 marzo 1945, avevo appena finito di mungere le mucche quando decisi di andare per i boschi a prendere della legna e se capitava a tiro qualche cinghiale, se mi riusciva cercavo di prenderlo.
Quella mattina faceva un freddo cane. Si sentivano in lontananza dei bombardamenti. Ritornai in fretta alla tenuta. Mentre stavo arrivando il Master mi venne incontro, chiamandomi: "Torino, vieni qui?" mi chiamava Torino perché venivo da quelle parti, ed ero l'unico piemontese.
Il Master mi disse che la guerra volgeva al termine; i tedeschi stavano cadendo da tutte le parti, e mi invitò a venire via con loro. Io gli dissi che non volevo andarmene da lì. Il Master mi disse ancora che stavano arrivando i russi e che avrebbero ammazzato tutti. Noi italiani non c'è ne andammo e neanche i francesi. Intanto il Barone e la Baronessa cominciarono i preparativi per andarsene e così fu. Di lì a poco vennero anche le SS e ci dettero l'ordine di evacuare: noi non andammo via; i francesi, però se ne andarono, rimanemmo noi 15 italiani, dei polacchi e dei russi.
C'erano anche due donne russe con quattro ragazzi. Quando c'era stata l'avanzata dei tedeschi, quelle due donne russe furono fatte Prigioniere: divennero poi collaborazioniste dei tedeschi. 
Alla sera, con alcuni miei compagni italiani, andammo in giro per le case della frazione a cercare da mangiare. Mentre eravamo in giro sentimmo uno scalpitio di zoccoli di cavalli: il selciato delle strade era in pietra; ci nascondemmo per osservare senza essere visti.
Vedemmo arrivare dei soldati a cavallo: notammo subito il loro berretto su cui spiccava una stella rossa: erano soldati russi. I miei compagni mi chiesero che cosa si doveva fare; io dissi che era meglio farci conoscere, così uscimmo in strada con le mani alzate, i russi vennero incontro e chiesero chi fossimo, e noi in coro: "Taglianschi, taglianschi", e loro "bravi italiani". Ci chiesero in quanti eravamo poi ci mandarono a chiamare gli altri; arrivati ci palparono, i russi i polacchi non osavano venire fuori, ma poi vennero. Un ufficiale russo ci dette poi un sigaro. Le due donne russe furono portate via. Sapemmo poi che una loro, Vera, fu uccisa. L'indomani un ufficiale russo ci disse di prepararci una fascia tricolore da mettere al braccio. La fascia dova avere i colori della nostra bandiera: questo, per far conoscere la nazionalità. Ci dissero poi di andare dove volevamo. Naturalmente potevamo andare verso Ovest, perché si combatteva ancora; andammo verso Est. Dal 5 marzo mi incamminai a piedi, verso Est, e fino al 28 aprile a sotto la pioggia e la neve. Con altri arrivammo poi in un paese un ufficiale russo si prese cura di noi. Lì fu organizzato un Centro raccolta per prigionieri. Fu allestita una lunga colonna di (ex) prigionieri e ci portarono a Drisen nella Russia bianca. Drisen era un Centro di raccolta di materiale che i soldati russi confiscavano durante la loro avanzata verso la Germania. Lì fui addetto a fare la guardia. Un giorno, ero di guardia sulla strada, di fronte al Corna ed avevo un fischietto con la birilla dentro che serviva per chiamare il Capo Posto: arrivò al galoppo una carrozza e, visto che aveva intenzione di passare, gridai: "Stoí, stoi" (alt, alt) ma essi non si fermarono. Imbracciai il fucile e sparai un colpo; la carrozza si fermò e scesero dei soldati russi: io avevo avuto ordine fermare tutti coloro che passavano; col trambusto che si fece, uscì fuori il Capo Posto e cominciò a parlare con quelli. Dopo mi fecero smontare e mi portarono al Comando, senza dirmi nulla, sul momento. Al Comando, di fronte agli ufficiali russi, mi diede della Grappa da bere e mi dissero: "Bravo, italiansco". Mi lasciarono poi ritornare al mio posto. Ma anche in quel posto c'era poco da mangiare. Una mattina me ne andai in giro in cerca di patate. Capitai in una casa di campagna dove c'erano due fratelli polacchi, che avevano sposato due sorelle. Questi avevano un mulino che macinavano il grano per soldati russi. Mi accolsero con loro. Io li aiutavo nei lavori di campi capitai nel periodo del taglio del frumento. Rimasi con quelli un po' di tempo. 
Un giorno, uno di quei polacchi mi disse che i russi avevano intenzione di portare tutti i prigionieri più a Est. Visto così ritornai a Drisen  per capire meglio la situazione. 
Di lì a poco tempo quelli rimasti a Drisen, ci rimpatriarono: era il 12 ottobre 1945.
Arrivai in Italia il 14 dello stesso mese di ottobre.
Erano passati 7 anni da quel giorno che entrai nell'Esercito, e non per mia volontà. Che cosa ne ho guadagnato? Niente di niente! Mi chiedi che cosa ne penso della guerra: è la cosa più sporca che ci sia. Io sono credente perché sono un essere umano. Io avevo un padre; mio padre aveva un padre e così via. Credo che l'inizio sia stato creato da qualcuno. Io non vado molto in Chiesa, ma alla sera prego, alla mia maniera: ringrazio Nostro Signore per la giornata, e lo saluto; gli chiedo di darmi la buona notte e di perdonarmi se ho mancato (ndr: Giovanni frequentava la Messa della domenica, al Borgo, alle 8 del mattino. Si sedeva nei banchi in fondo alla Chiesa e rimaneva assorto. Giovanni era un tipo sanguigno: era uno che diceva pane al pane, con schiettezza). Ti voglio far sentire la canzone del mitragliere. Sai, mi diceva Giovanni, anche attraverso le canzoni di guerra si può capire lo stato d'animo dei soldati e del loro rifiuto alla guerra stessa; e per tenere vivo il ricordo dei propri cari e del proprio paese. 

Canzone del mitragliere 
"Quando io sono partito a fare il mio dovere, a fare il militare, da bravo mitragliere, lasciando i famigliari, la mamma mia mi diceva sempre: "chissà se tornerai". 
Lasciai la mia casetta, con un bel pergolato. Un ultimo istante, vederla da un lato, per poi non vederla più. 
Anche aspetterò la mia morosa che mi scriveva sempre: "Su, amore mio, che io ti  aspetterò".
Vita triste in guerra ritroverò. Quando io ritornerò la mia casetta non più ritroverò.
L'unica mia speranza è la vita mia, è la morosa mia.
Ci siamo sempre amati; i guai sono già finiti; adiamoci a sposar .. a sposar.."

Giovanni Eandi muore a Vigone il 10 maggio 1992.
Note aggiuntive tratte dal foglio matricolare di Giovanni Eandi
Fonte archivio di Stato di Torino
Eandi Giovanni Bartolomeo, nato a Vigone il 19 settembre 1917 di Domenico e di Mottura Teresa  Professione: contadino, 4° elementare. Domiciliato in Via Luserna, 
Soldato di leva classe 1917 e lasciato in congedo illimitato il 22 Chiamato giugno 1937.
Chiamata alle armi 2 settembre 1938.
Tale nella Scuola Allievi Ufficiali di complemento presso il 6 c Fra Reggimento Fanteria, 3 settembre idem. 
Aggregato al 76° Reggimento Fanteria li 30 settembre 1938. 
Rientrato al Corpo li 23 ottobre 1938. 
Trattenuto alle armi, 3 marzo 1940. 
Trasferito al 17° Fanteria, 22 luglio 1940.
Imbarcatosi a Brindisi su aereo per l'Albania e sbarcato a Valona li 14 dicembre 1940.
Prigioniero di guerra nel fatto d'arme di Clisura (Albania) il 9 gennaio 1941. 
Rientrato dalla prigionia e imbarcatosi a Suda (Grecia) sulla nave "Livorno" li 6 giugno 1941. 
Sbarcato a Bari 12 giugno idem. 
Presentatosi al Centro di raccolta reduci dalla prigionia di Covre Tresco (Bari) li 12 dicembre idem.
Traslocato al C.R.R. dalla prigionia di Vercelli, li 2 luglio 1941.
Rientrato al Comando Truppe al Deposito di Silandro, li 12 agosto 1941. 
Inviato in licenza straordinaria di giorni 30+2, li 25 agosto 1941. 
Rientrato il 26 settembre idem. 
Inviato in licenza straordinaria per gravi motivi di famiglia, li ottobre 1941. 
Assegnato ai servizi sedentari con determinazione dell'Ospedale Militare di Bolzano, li 5 novembre 1941.
Rientrato li 5 luglio idem.
Catturato dai tedeschi ed inviato in Germania li 9 settembre 1943.
Rientrato li 2 ottobre 1945.
Considerato prigioniero di guerra a tutti gli effetti.
Mandato in congedo illimitato li 4 dicembre 1945. 
Campagne di guerra: 1941/1942/1943/1944/1945 (ndr: le campagne di guerra furono riconosciute, anche se trascorse in prigionia).
Autorizzato a fregiarsi del Distintivo della guerra con 2 stellette in corso, 4 novembre 1941. 
Dal 14 dicembre 1940 al 9 gennaio 1941 ha partecipato alle Operazioni di guerra sul fronte greco-albanese. 
Conferita la Croce di Guerra per internamento in Germania n. 1165 di Concessione del 3 marzo 1954. 
Prigioniero dei Greci dal 9 gennaio 1941 al 6 giugno 1941.
Prigioniero dei tedeschi dal 9 settembre 1943 al 9 maggio 1945 e trattenuto dalle Forze Alleate fino al 2 ottobre 1945.




Documenti allegati:
Scheda di Giovanni Eandi


GALLIANA LEODARIO

Galliana Leodario - Classe 1923 - Macello - operaio.
(Registrazione del 7 giug 1984, a Vigone, da parte di Francesco Suino)

Sono nativo di Macello. I miei genitori lavoravano la terra, da boé. Io con i miei fratelli facevamo lo stesso lavoro. Quando mi è arrivata la cartolina, c'eravamo già trasferiti a Saluzzo. Un mio fratello era già in guerra. Partii il 17 settembre 1942. 
Da soldato ero nel 3° Reggimento Alpini, Battaglione "Pinerolo" 27a Compagnia. Partii dunque per Pinerolo per la Caserma dove ora c'è la piazza. Mi vestirono e ci mandarono alla Caserma "Berardi", sulla strada di Secondo. Facemmo i Campi (istruzioni e tattiche di guerra su terreno appropriato, ndr) invernali a Fenestrelle e vi restammo fino a marzo. 
Ritornammo in Caserma a Pinerolo; là ci equipaggiarono in tenuta da guerra, per inviarci in Montenegro. 
L'ultima sera, a Pinerolo, non ci lasciarono più uscire. Quelli che dovevano andare via prima di noi, avevano fatto del bordello e così per causa loro, non lasciavano più uscire noi. Visto però che quelli della mia Compagnia volevano ugualmente uscire, ci facemmo prestare la nappina dalle reclute - la loro era più nuova - e così potemmo uscire facendo vedere che eravamo reclute. Quella sera venni a casa e restai fino al mattino. Partimmo nel pomeriggio di quel giorno, con destinazione Belgrado. Da qui a Podgorisa. Restai in quella zona fino all'8 settembre 1943.  Quel giorno dell'8 settembre ero di servizio al telefono. Ci avvertirono che era stato firmato l'Armistizio. Ci dicevano pure di stare con gli occhi aperti perché poteva accadere qualunque cosa; infatti, lo capimmo presto: i tedeschi si rivoltarono contro di noi. Ci presero perché non avevamo più da mangiare. Nella fuga mangiammo tutti i muli che avevamo portato dietro; la cattura avvenne dopo un violento bombardamento. I tedeschi ci portarono a Risano; là sapemmo che c'era la possibilità di fuggire. Con 3000 lire gli slavi ci avrebbero portati fino a Bari, loro barche; con una notte e un giorno ci si poteva arrivare. Io non mi fidai. Pensavo che noi "soldati italiani", a quella gente abbiamo bruciato le case e ammazzato; perciò era logico aspettarsi qualcosa. Nel Montenegro abbiamo fatto cose che a pensarci rivolta lo stomaco. Partimmo da Risano, verso Vienna dove arrivammo il 3 novembre; senza mangiare né bere.
Nel carro merci c'era un puzzo insopportabile. Arrivammo a Vienna alle 11 di sera, e qui sostammo un po'. Scendemmo dai carri merci per prendere un po' di brodaglia. A salire sui carri non riuscivamo, tanto eravamo deboli. A forza di mense fatiche e aiutandosi a vicenda, riuscimmo a salire. 
Da Vienna ci portarono al Campo di smistamento di Hemer; arrivati che fummo ci caricarono di improperi al grido di "traditori badogliani", e tante bestemmie in tedesco. A Hemer non ci lasciarono un momento tranquilli; non si doveva mai stare fermi; sempre camminare nel cortile. Dormivamo sui pagliericci, per modo di dire. Non parliamo poi degli "ospiti" che erano annidati nei pagliericci, che ti facevano grattare a non finire. E freddo lo sentivamo terribilmente. Non avevamo indumenti sufficienti. Ci mandarono poi a 8 km da... (ndr: non ricorda il nome della città); ci incamminammo a piedi. Avevamo una fame che è impossibile a descrivere. Durante la marcia si incontravano dei campi di rape e patate; molti di noi cercavano di prenderne; ma i soldati cominciavano a sparare in aria e nei campi. Con noi avevamo i soldi della "deca" (ndr: era la paga del soldato, così detta perché pagata ogni 10 giorni), che non avevamo avuto la possibilità di spendere quando eravamo in Montenegro. Nei campi di raccolta c'erano dei finanzieri italiani che parlavano il tedesco, e vestivano la loro divisa, essendo praticamente dei collaboratori degli stessi tedeschi. Per farla breve i soldi se li presero loro. Ci trasferirono poi a Meppen; lì ci diedero il numero di matricola. Tutte le sere facevano l'appello per chiedere se andavamo con loro. Ci avrebbero vestiti con la loro divisa e ci avrebbero dato da mangiare come i soldati tedeschi; pochissimi accettarono. Successivamente venne poi l'ordine di trasferirci al Campo di Concentramento di Mauthausen, come deportati civili. Arrivati a Mauthausen ci fecero leggere una scritta che campeggiava in alto: "Chi entra per questa porta esce per il camino". Lì dentro era terribile. Tutti i giorni ammazzavano persone. In altre baracche, separate dalle nostre, vi erano degli Ebrei. Non passava giorno che si vedeva il camino fumare; il puzzo di carne bruciata si spandeva per tutto il Campo. Si sapeva che erano gli Ebrei i primi a passare per il camino. Li vedevamo, quelle persone, erano ombre che camminavano; sembravano dei cadaveri scheletrici. Fra noi e loro ci divideva solo un reticolato. Dal camino usciva un odore di morte; faceva timore a guardarlo. Ci domandavamo a quando toccava a noi.
Una sera arriva il capo baracca, chiamandoci per numero; ci disse di tenerci preparati per l'indomani mattina. Partimmo infatti alle 6. Prima di partire il capo baracca ci contò e ricontò varie volte. Ci disse che ci avrebbero portato in un posto in cui si stava bene, che avremmo avuto da mangiare.
A Mauthausen si mangiava per modo di dire; e quando se ne ricordavano. Più di una volta siamo andati a cercare nei rifiuti qualche buccia di patata o di rapa, per sfamarci. 
A Mauthausen ci fecero fare la "scala della morte", così chiamata che era di 186 gradini. Quella scala, in pietra, scendeva dall'alto della fortezza, fino in fondo alla cava di pietra. Da sotto ci facevano salire con una grossa pietra sulle spalle; chi arrivava in cima era salvo; si aveva sempre paura che qualcuno, davanti a noi, perdesse l'equilibrio; in quel modo tutti quelli che erano dietro cadevano giù. Si seppe che sovente le SS. si divertivano a far rotolare i prigionieri dalla scala. Quella scala era sempre rossa di sangue. 
Dopo Mauthausen ci portarono a Essen. Ci domandavano la nostra professione da civili. La nostra destinazione era per le miniere carbone. Ogni mattina sveglia presto, a piedi con i sabó di legno, ci si camminava per la miniera. Il primo giorno ci dettero un numero da mettere sull'elmetto e una lampada. All'ingresso della miniera ci fecero salire su un gabbia: eravamo in 36 per gabbia. C'erano quattro gabbie, una sopra l'altra; e poi, giù, nel profondo della terra. Eravamo scesi a 2200 metri; a quella quota prendemmo un altro ascensore e di nuovo giù finché arrivammo a destinazione. Lì sotto, con il martello pneumatico, si lavorava in galleria per staccare il carbone. Tenere il martello pneumatico era un supplizio, era già duro in condizioni fisiche buone, ma noi, nello stato in cui  ci trovavamo era terribile. Durante il lavoro non ci si doveva fermare altrimenti cadevano botte e insulti; non parliamo poi delle bestemmie. Con noi, in miniera, avevamo una borraccia, con dentro una specie di thè; la sete era tremenda. La polvere di carbone asciugava le gole. In miniera si rimaneva per dieci ore consecutive, e senza mangiare. Finita la giornata si andava su facendo la stessa trafila di passaggi, mentre scendevano le altre squadre. Si ritornava alle baracche camminando per 5 km. Ci trascinavamo, tanta era la stanchezza. Così era ogni giorno. Arrivati in baracca ci facevamo la doccia e si lavavano gli indumenti che avevamo addosso; non avevamo altro ricambio e pertanto si doveva stare attenti che non sparisse la roba, dopo averla messa asciugare. Sovente, al mattino, non si trovava più. Dopo queste operazioni, finalmente, si mangiava. Ci davano mezzo chilo di pane a testa e un po' di brodaglia. Una sera mi sentivo tremendamente bruciare, avevo la febbre alta: mi ricoverarono in infermeria. Stetti una dozzina di giorni e mi ripresi. Dopo quell'inconveniente mi chiesero se volevo tornare in miniera o andare in un altro posto: l'altro posto era il campo di concentramento. Ho preferito ritornare al Campo. Dopo un certo periodo mi rimandarono a Hemmer. Lì ogni tanto veniva qualcuno a chiedere di andare a lavorare da qualche parte. 
Venne un giorno che toccò il nostro turno; eravamo un gruppo di 37 persone. Ci mandarono a Milipel presso la fabbrica Majer. Là rimanemmo fino alla fine della guerra, con l'arrivo degli americani. Alla Majer si faceva il turno di 8 ore, su tre turni. A parte la disciplina, sostanzialmente si stava bene. Imparai a lavorare alle macchine utensili, e conoscere il disegno meccanico. Si bollava pure la cartolina, e ci davano la paga. Dopo le nostre 8 ore, eravamo liberi di accudire le nostre faccende personali. Molti di noi, nelle ore libere, si andava nelle cascine attorno per aiutare nel lavoro dei campi: se non altro si mangiava. In quei posti ci davano delle patate, del pane e dello speck, una specie di lardo. Quel cibo lo portavamo in baracca; ci serviva nei momenti di fame. Nelle baracche c'era qualcuno che si era costruito una Radio di fortuna; con quella ricevevamo notizie. Ai primi di marzo del '45 - era prossima la Pasqua - sentimmo in lontananza dei bombardamenti. In fabbrica c'era un'atmosfera tesa da parte dei tedeschi. Erano diventati più cattivi del solito, e nervosi. Fra di noi si pensava già di fargliene un "bel butum" (una lezione di botte, ndr). L'occasione venne. Un giorno, in fabbrica, successe una rivoluzione. Quei pochi tedeschi li facemmo fuori; qualcuno, però, riuscì ad avvertire il Corpo di Guardia facendo arrivare i rinforzi; visto come stavano le cose ci rifugiammo nelle baracche; sul momento non vennero a cercarci. Intanto si sentivano le cannonate sempre più vicino. Il giorno dopo, era Pasqua, ci fecero uscire dalle baracche; ci incolonnarono e camminammo per alcuni chilometri. Eravamo su una collinetta quando le guardie ci lasciarono; si faceva ormai notte. Nei pressi c'era una cascina e chiedemmo di passare la notte, in un giaciglio. L'indomani mattina, ci incamminammo verso la città. Da lontano vedemmo degli aerei che bombardavano. Ad un tratto vedemmo scendere dei volantini dal cielo; i volantini invitavano a tenersi lontano dai centri abitati e dalle fabbriche (ovviamente per non subire i bombardamenti degli Alleati sulle città e fabbriche, ndr). Girovagammo per tutto il giorno. Verso sera vedemmo arrivare i carri armati americani. Quando ci videro ci vennero incontro; saputo che eravamo italiani ci fecero molte feste: alcuni di loro parlavano italiano. Gli Americani ci fecero mettere una fascia tricolore al braccio, per riconoscimento. Il giorno dopo venne l'ordine, dagli Americani, di recarci tutti in un Centro di raccolta; ci caricarono poi sui camion e ci sistemarono in una Caserma di Pompieri. Là si stava da papa; il mangiare non mancava. In quel posto rimanemmo fino al settembre del '45. 
Fui fra gli ultimi a partire: eravamo in circa 1300. Ci caricarono sul treno con destinazione Chiasso, attraverso la Svizzera. Da Chiasso a Como sui camion. A Como trovai un certo Domenico Vanzetti di Cercenasco; ci accompagnammo insieme verso casa. Arrivati a Torino prendemmo il trenino per Moretta, Via Carignano (ndr: da molti anni non c'è più quella tramvia). 
A Moretta abbiamo passato la notte presso un cugino del Vanzetti. L'indomani, il Vanzetti fece sapere a suo fratello di Cardè, che era arrivato. Questi venne a prenderci con il biroccio e ci portò a casa sua. Si fece grande festa. Io non sapevo con esattezza dove fossero i miei genitori; in quale cascina fossero. Dopo alcune informazioni seppi che erano al Colobras di Cervignasco nel comune di Saluzzo. Da Cardè partii per Cervignasco, che non è lontano. Arrivai a casa nel pomeriggio. Entrai nel cortile: i cani cominciarono ad abbaiare; venne fuori mia madre, non mi riconobbe subito; pensava che fosse un venditore ambulante; in quel momento non sapevo più cosa fare, ma poi mia madre mi riconobbe. Mio padre era al pascolo, andai verso i campi; quando i nostri occhi si incrociarono, piangemmo e ci abbracciammo a lungo. 

Foglio matricolare di Galliana Leodario, classe 1923, nato a Macello
Fonte: Archivio di Stato di Torino 
Galliana Leodario nato a Macello il 9 aprile 1923; di Lorenzo e di Sandrone Francesca. 
Professione contadino (al momento della visita di Leva, ndr). 3° elementare. Iscritto nella lista di Leva di Scalenghe. All'atto dell'arruolamento era domiciliato a Saluzzo, Via Barge, 9. 
Da Saluzzo alla frazione Stella di Macello, e poi a Vigone. 
Soldato di Leva classe 1923 e lasciato in congedo illimitato li 17 aprile 1942. 
Chiamato alle armi e giunto li 17 settembre 1942. 
Tale nel Battaglione Alpini B.P. (Batt. "Pinerolo") li 17 idem, predesignato per tale Battaglione. 
Inviato in Montenegro li 10 marzo 1943. 
Servizi: Assaltatore. 
Catturato prigioniero dai tedeschi e internato in Germania li 7 ottobre 1943. Rimpatriato il 15 settembre 1945. 
Presentatosi al Distretto Militare di Cuneo e inviato in licenza illimitata, pagandogli la licenza di giorni 60, li 16 settembre 1945. 
Collocato in congedo illimitato li 24 giugno 1946. 
Dal 10 marzo 1943 all' 8 settembre 1943 ha partecipato alle Operazioni di guerra in Balcania con il 3° Alpini. 
Campagne di guerra 1943. 


Documenti allegati:
Scheda di Leodario Galliana


GALLO LUIGI

Gallo Luigi  - Classe 1920 - nato a Bubbio (At) il 28 luglio - di fu Giovanni e fu Berutti Luigia 
(registrazione di Francesco Suino nel 1997) 

Arruolato nell'Arma dei Regi Reali Carabinieri nel 1940 (prima dell'entrata in guerra dell'Italia, ndr). Allievo Carabiniere presso la Caserma "Cernaia" di Torino. Nel 1945, dopo il rimpatrio dalla Germania, rientra nell'Arma. Prese servizio alla Stazione Carabinieri di Acqui Terme; poi a Villafalletto (paese ove conosce la moglie); indi ad Alessandria e poi a Ozzano Monferrato fino al 1962. Si sposa nel 1950. Da Ozzano a Vigone, con il grado di Appuntato; nel 1972 a Pinerolo, come sottufficiale. Congedatosi il 28 luglio 1976. 
È uno dei Soci fondatori del Centro Anziani di Vigone. Dal 1999 eletto Presidente del sodalizio. Dall'ottobre 2008 Presidente Onorario. 
Dopo il corso alla Caserma "Cernaia" di Torino, e promosso Carabiniere, fui mandato alla Stazione di Lerici alla dipendenza del Comando di La Spezia. Un giorno c'era già la guerra - un Carabiniere della Stazione, che era sposato e abitava a La Spezia, doveva essere inviato in Albania, ma questi avrebbe preferito non andarci, allora feci io l'istanza di andarci al suo posto, visto che mi piaceva l'avventura: la mia proposta fu accettata. Mi mandarono a Genova dove cambiai la mia divisa scura con la divisa grigio-verde. Da Genova a Bari per essere imbarcato. Sbarcammo a Durazzo; da Durazzo a Scutari, dove rimanemmo alcuni giorni. Da Scutari verso il Kosovo. 
Rimasi in Kosovo fino all'Armistizio dell'8 settembre 1943, nella città di Peja (Pek). La sera dell'8 settembre il nostro Comando decise di inviarci nella città di Prizren dove c'era il Comando generale. Arrivati che fummo a Prizren trovammo già i tedeschi: ci presero e ci convogliarono in un recinto, dopo averci disarmati. Prima di essere fatti prigionieri i nostri superiori ci dissero di non fare gli stupidi e consegnare le armi perché i tedeschi ci avrebbero portati in Italia. Di lì a pochi giorni ci hanno organizzato, e con altri militari prigionieri ci incamminammo verso Skopje, in Macedonia. In quella colonna c'erano soldati di tutte le armi, anche dei fascisti. Arrivati a Skopje ci caricarono sui vagoni - carri bestiame - e partimmo verso nord. I vagoni non erano piombati e, durante le brevi fermate, ci si scambiava i nostri oggetti con del cibo che ci davano le donne. Da Belgrado si doveva percorrere la linea che portava a Lubiana e da qui a Trieste, invece prendemmo un'altra strada.
Quando ce ne accorgemmo si chiese il motivo: ci dissero che la linea per Lubiana era stata interrotta dai Partigiani. Comunque sia arrivammo a Vienna: capimmo che non si tornava a casa. Da Vienna partimmo, ma con le porte dei vagoni sbarrate. Dopo due/tre giorni eccoci al Campo centrale di Concentramento di Bremenvarde (sul mare del Nord); al Campo arrivammo a piedi, la stazione ferroviaria distava dal Campo sui 4 km. Ma quando fummo discesi dal treno c'erano ad aspettarci dei Centurioni fascisti: essi ci fecero un bel discorso: "Chi desidera venire con noi, nel nuovo Esercito di Mussolini (che era già stato liberato al Gran Sasso: ndr) rientrerà in Italia, perciò, chi vuole, faccia un passo avanti". Lì per lì decisi di fare un passo avanti perché volevo tornare da mia madre, che era sola, ma un mio amico Carabiniere mi consigliò di restare dicendomi che ormai la guerra poteva finire presto, e i tedeschi erano in ritirata; e poi non si era proprio sicuri che si tornasse veramente in Italia. Decisi di rimanere. Di noi, dell'Arma, pochissimi accettarono l'offerta dei fascisti. Dopo alcuni giorni cominciarono a smistare i prigionieri nei vari Campi di lavoro. Mi mandarono in un Campo che ospitava 126 persone, a Brema. La maggioranza di questi eravamo addetti alla riparazione della linea ferroviaria, stata distrutta dai bombardamenti cosa che succedeva quasi giornalmente. Quel lavoro lo feci per circa un anno. La fame era forte. Quando si aveva un po' di tempo libero si andava nell'immondezzaio a cercare qualcosa di commestibile: anche le bucce di patata era un ottimo cibo. In baracca avevamo una stufa e, di notte, si appiccicavano bucce di patata alla stufa affinché si cuocessero un po'. Purtroppo avevamo due guardie che ci facevamo girare le scatole quando si rientrava in baracca ci facevano la rivista, ad uno ad uno, e se trovavano del "cibo" erano guai. Quei due erano un sergente di Danzica e l'altro un caporale, mutilato. Le punizioni erano anche date se la baracca, o i letti, erano in disordine: tale punizione veniva chiamata "Passo d'Oca"; si correa attorno al Campo per 10 metri e poi ci si doveva buttare a terra proseguire inginocchiati. Altro cibo che capitava di avere era del grano. Nella ritirata a Russia i tedeschi portarono via del grano caricandolo sui vagoni sciolto; questi vagoni arrivavano allo smistamento - dove eravamo noi - e succedeva che dei chicchi di grano cadessero per terra e noi li si raccoglieva, riempiendoci le tasche; quel grano era manna! In ogni baracca c'era una ventina di persone. Alla sera ci davano un pane, all'incirca grosso come un mattone. A turno si tagliava le fettine e, se capitava che una fettina era più piccola dell'altra si tagliava una sottilissima fettina da quella più grande e si dava a chi ne aveva di meno. Con il pane c'era una minestra di verdure e qualche patata: quel pasto era l'unico del giorno. Al mattino, per colazione una fetta di pane con un po' di marmellata o una fetta di margarina.
Quando qualcuno si ammalava, veniva mandato in Ospedale: anch'io vi rimasi un paio di settimane. 
In baracca, ricordo, morì un marinaio di Napoli. 
Un giorno venne in baracca un tedesco che chiese chi fosse meccanico: io mi feci avanti, con la meccanica ero affiatato, fui consegnato ad un ferroviere tedesco che mi portò nell'officina riparazioni riparavano le locomotive, spesso mitragliate. Praticamente rimasi lì fino alla liberazione. 
Un bel giorno - forse a metà aprile del '45 - al nostro Campo arrivarono gli inglesi a liberarci. Devo però dire che nel nostro caso specifico gli inglesi erano peggio dei tedeschi: cattivi, fetenti; ci maltrattavano peggio dei tedeschi. 
Dopo una settimana arrivarono i soldati americani e presero il posto degli inglesi. Con gli americani era cambiato tutto in positivo; tra quei americani c'erano anche figli di italiani, cioè emigrati.
Rimanemmo ancora qualche mese in attesa che fossero riparate le ferroviarie, per tornare a casa. 
Nella zona dov'ero io concentrarono moltissimi prigionieri italiani e poco per volta, li rimpatriarono tutti.
Devo dire sempre nel caso specifico del nostro posto  che proprio non ce ne sono state, salvo qualche botta, ma tanti dispetti cosa che i nostri guardiani facevano di gusto era quando ci riunivano in baracca, tutti in fila: al primo facevano raccogliere una manata di cacca e questi la passava al suo vicino e così fino all'ultimo della fila.
Una cosa positiva per noi era la corrispondenza; ci davano una cartolina: da una parte si scriveva noi e dall'altra parte si lasciava in bianco - era quella parte che poi ci ritornava indietro, scritta dai nostri familiari. 
In quella parte riservata ai nostri familiari che doveva tornare a noi, c'era già scritto il nostro indirizzo: "C/re - gallo Luigi - Gefangenennummer 1164884, Lager - Bezeichnung M. yer XC 132 - Deutschland". 
La cartolina era anche scritta in lingua francese. L'indirizzo di madre era: "Berutti Luigia - Monastero Bormida - Asti". 
Ndr una cartolina in risposta a Luigi Gallo, scritta dalla madre: "Caro figlio oggi con gioia ho ricevuto questa lettera e il bollettino. Subito ti ho spedito il 2° pacco con quanto mi chiedi e spero ti giungerà. Scrivi sovente così potrò essere più tranquilla e non pensare male di te. La mia salute è sempre ottima; fatti coraggio e ricevi un abbraccio mamma".
Arrivai in Italia, da Tarvisio, il 26 giugno 1945. 
Quando arrivai a casa, a Monastero Bormida, vicino al mio paese natale, notai che c'erano delle persone che avevano delle armi: gli chiesi il motivo e mi dissero che erano persone che avevano combattuto per la liberazione. C'erano anche altri, però, che dicevano che qualcuno di loro si era fatto i soldi, più che combattere. Dopo alcuni giorni, dal mio ritorno, mi recai al Comando dell'Arma di Alessandria; mi hanno dato due mesi di licenza e poi ritornai a prestare servizio nell'Arma stessa. Mi mandarono alla Stazione di Acqui Terme e poi a Villafalletto. Dopo due anni ad Alessandria, presso lo scalo ferroviario; poi a Ozzano Monferrato e poi, via via, fino alla pensione. 
Il sig. Gallo è socio fondatore della Sezione Carabinieri in congedo "Carlo Alberto Dalla Chiesa", sorta a Vigone nel 1984, ne fanno parte pure i carabinieri in congedo dei Comuni di Scalenghe, Cercenasco, Buriasco e Macello (ed anche iscritti di Villafranca e Cavour), "Nei Secoli Fedeli", il Presidente della Sezione, C/re Aus. Bonaldo Arcangelo parlando del Gallo "per i suoi preziosi insegnamenti, la sua costante e immancabile presenza. Il direttivo lo addita specialmente ai giovani e lo ringrazia per quanto ha fatto e continua a fare". Luigi Gallo è attualmente (nel 2000) Presidente Onorario del Gruppo. Nel 2000 il gruppo contava ottanta soci. 
Lettera di Gasco Ugo Carabiniere residente a Carrù al commilitone Luigi Gallo. È un vero diario in cui lo scrivente ricorda al destinatario con il quale aveva condiviso sofferenze, fame, freddo, ingiurie e speranze per lunghi mesi nel campo, di Stammlager XC 132 durante la loro forzata permanenza in Germania. È uno scritto pieno di amaro umorismo, sembra il Gasco voler ridersi dei carcerieri. Parla della sua avventura di carabiniere in Jugoslavia con distacco, mentre ironizza sulla sua cattura, probabilmente avvenuta insieme al Gallo. Ricorda che dopo un disastroso viaggio in camion ad Oresevac furono alloggiati "in un prato all'albergo della luna". Continua: "Poi l'Agenzia viaggi e Turismo di allora ci cacciò dentro un vagone e ci portò al Nord, ospiti della città campo di smistamento di Bremervorder, là ci fecero segno di saluto e di gioia a uno squadrone di Tommi che ci sorvolavano dopo aver bombardato una qualche città tedesca... La lettera continua con il ricordare i brutti scherzi fatti dai Germanici - obbligare a prender in mano una manciata di "merda" e farla passare di mano in mano a tutti i compagni - e questo proprio il giorno di Pasqua! 
Quando, sfiniti, in cortile sono obbligati a cantare in coro una canzone italiana e i nostri cantano in coro il "Piave". Poi tanta fame. Il problema cibo è molto presente anche se gli anni trascorsi sono ormai una decina, ma sofferenza e fame non si dimenticano. 
Guasco Ugo 
di Carrù Carabiniere
(Il sig. Luigi Gallo ricevette questa lettera che Gasco aveva spedito al commilitone Luigi: insieme erano stati prigionieri dei Tedeschi nel 1943. Vedi testimonianza del Sig. Gallo). Per quanto è possibile sapere, il Gasco è già deceduto. 
Carrù, li 20/12/1955 
Caro Gallo, 
con vero piacere ho ricevuto la tua che mi ha riportato il ricordo di quei tempi prima belli e poi brutti, come dici te. Bisogna proprio dire che noi abbiamo avuto nel nostro destino parecchie cose comuni! Ora mi scrivi da Ozzano, vi fui anch'io per circa un mese provvisorio nella stessa caserma ove ti trovi ora, anche la macchina con la quale scrivo ci fu e forse sullo stesso tavolo dal quale mi hai scritto tu! Ero allora vice brigadiere a Casale, nel periodo che c'era il Capitano Baù, circa un anno prima di andare in Albania. Ho avuto occasione di trovarmi con parecchi nostri commilitoni e altri militari coi quali condividemmo il penoso periodo trascorso allo Stammlager XC 132. Ho visto due o tre volte Ricchieri (sempre buono e pacificante), Gaggino, (che ora è borghese), con Musizzano ci troviamo ogni tanto, ancora quest'autunno fui a casa sua a S. Michele di Mondovì nell'occasione della festa del suo paese e anche lui fu già da me. Mi rincresce la scomodità del viaggio altrimenti verrei proprio volentieri a trovarti per rivederti e ricordar assieme avventure e fatti in posti da noi vissuti assieme che a dirli ad un estraneo sembrerebbero incredibili. A parte la mobilitazione, il viaggio in mare nella notte di Natale, la vera avventura di questa guerra, per me comincia dalla camminata attraverso le montagne (planine) con neve (sgnech) da Pec a Rozai, secondo giorno da Rozai a Tutin, terzo giorno mi ricordo il Maresciallo Fidone mi mandò, io solo Italiano con tre gendarmi oltre Lielai e Delilmegiè (e io non capivo una parola di serbo), per un sopralluogo ad un fatto di sangue con 5 o 6 morti. Al ritorno a Tutin ritardato ed ostacolato dalla neve all'altezza della vita, mi spedì con un gruppo di gendarmi (Scefcet-Soco-Regep ecc) a Ribarc che fu il mio regno per oltre un anno. Mi ero scelto poi come compagno Musizzano, amante come me di caccia e di pesca e passammo quel tempo a mangiare e bere "rachia" di quella che faceva venire la pelle d'oca, pescare e cacciare, sempre con la diffidenza nei "crucchi", con la paura che ci facessero la pelle a tradimento come era loro usanza.


Documenti allegati:
Scheda di Luigi Gallo


LE DONNE IN GUERRA

Le donne e la guerra

Nella seconda guerra mondiale anche i civili vennero pesantemente coinvolti, basti pensare che metà dei morti per cause belliche furono cittadini inermi donne, vecchi e bambini. 
Per secoli i conflitti avevano interessato unicamente gli uomini armati e le disgraziate popolazioni abitanti nei luoghi ove si svolgevano i combattimenti. 
I nuovi mezzi di distruzione, frutto dei progressi ottenuti dalla ricerca scientifica in campo bellico, permisero ai belligeranti di estendere le conseguenze più disastrose della guerra a tutto il territorio nemico. 
Le incursioni aeree, in un primo tempo destinate unicamente a distruggere obiettivi militari e strategici (caserme, arsenali, fabbriche, ponti, ferrovie, aeroporti), divennero un potente deterrente per fiaccare la resistenza fisica e morale delle popolazioni civili. Pensiamo bombardamenti atomici americani nell'agosto del 1945 sul Giappone che qualcuno osò definire utili perché determinarono la fine del conflitto. 
Anche l'Italia subì terribili bombardamenti che interessarono non solo le grandi città, ma anche i piccoli centri. La gente fuggiva terrorizzata dalle città ove il pericolo era maggiore e cercava rifugio nelle campagne; si verificò un nuovo fenomeno, lo "sfollamento che svuotò i grandi centri. Nuovi gravi problemi sorsero dopo 1'8 settembre 1943 quando in Italia scoppiò la Guerra civile fra partigiani e fascisti repubblichini sostenuti dai tedeschi. Tutti i disagi verificatisi durante il conflitto 1915-18 si ripeterono durante la seconda guerra mondiale. Era terribile per le donne, e non solo per esse, veder allontanarsi dalla casa i propri cari, mariti, figli, padri, fratelli che andavano ad affrontare un destino ignoto che poteva diventare molto crudele. Si rimaneva in angosciosa attesa di una missiva che recasse notizie del congiunto lontano; l'arrivo di una lettera recava un'intensa gioia, però subito dopo si leggeva la data riportata sullo scritto che poteva risalire anche a quindici-venti giorni addietro, addirittura un mese o più; allora ci si poneva la domanda terribile: "In questo momento il nostro caro sarà ancora vivo?". E non si era in grado di dar risposta alcuna. Le donne, nella seconda guerra mondiale, come già era avvenute nella prima, sostituirono gli uomini impegnati al fronte nelle varie mansioni da essi svolte in tempo di pace; rivelarono le stesse imprevedibili capacità. Le contadine, non solo sostituirono padri, mariti, figli, fratelli nei pesanti lavori dei campi come arare, mietere, falciare, ma seppero gestire l'azienda agricola da vere imprenditrici. In città, le tranquille casalinghe divennero impiegate, operaie, tranviere, postine e svolsero le loro nuove mansioni in modo ottimale, dando prova delle loro nascoste potenzialità. La guerra ripresentò il problema dell'emancipazione femminile già sorto durante il precedente conflitto e che il Fascismo aveva messo a tacere per motivi politici. Il movimento riprese forza e anche a causa della guerra iniziò una nuova era per il mondo femminile. Furono quasi sempre le donne che organizzarono lo sfollamento delle città; furono esse che cercarono un luogo sicuro ove portare i famigliari; esse organizzarono il trasloco di beni più indispensabili e preziosi che si dovevano portare in salvo; furono esse che pensarono ad organizzare la vita della propria famiglia nei luoghi di sfolla-mento; furono esse che iniziarono contatti e relazioni con i locali. Erano due mondi che, forse per la prima volta, si trovavano a confronto e che per secoli si erano quasi ignorati e forse disprezzati: per i contadini i cittadini erano i "patachin", pieni di pretese e con poca voglia di lavorare, a loro volta i contadini per i cittadini erano i "barot - ignoranti e poco amanti dei modi civili. Impararono, causa la forzata convivenza, ad apprezzarsi e stimarsi reciprocamente, sorsero nuovi legami di amicizia che perdurarono anche quando gli sfollati tornarono in città. Al processo non parteciparono molto gli uomini perché i più erano militari. Quasi tutti i generi alimentari scarseggiavano e la maggior parte erano contingentati. Le donne con mille astuzie riuscivano a procurarsi quanto era trovabile presso i produttori; si recavano alle loro abitazioni a piedi e talvolta in bicicletta, sostenendo notevoli disagi. Molte non disponendo del denaro necessario, accettavano di sotto-porsi anche a lavori pesanti per ottenere in cambio qualche derrata per sfamare i propri figli. La guerra civile scoppiata dopo 1'8 settembre 1943, che vedeva opposti i Partigiani ai Fascisti della Repubblica di Salò sostenuti dai Tedeschi, rese la situazione ancora più complicata. Le donne furono costrette a difendere la casa e i famigliari dal nemico di turno. Tutti fascisti, partigiani, tedeschi comandavano e spadroneggiavano; entravano nelle abitazioni in cerca di cibo, di informazioni e di supposti nemici. Erano le donne che dovevano affrontare la situazione, gli uomini si tenevano nascosti per timore di eventuali rappresaglie. Le donne dovevano con il sorriso sulle labbra e il cuore a pezzi, dare le informazioni richieste senza compromettere nessuno e fornire le derrate richieste ai padroni di turno, derrate che avrebbero dovuto servire a sfamare i famigliari. Usavano astuzia, intelligenza, gentilezza nel trattare con i diversi soggetti e spesso riuscivano a risolvere situazioni complicate. Spesso evitarono che le loro abitazioni venissero incendiate per rappresaglia, piangendo, implorando, trattando, sovente riuscirono a salvare persone ricercate dai fascisti o dai tedeschi, uomini della famiglia, o anche partigiani, evitando in questo modo inutili rappresaglie. Già durante lo sbandamento del nostro esercito dopo 18 settembre 1943, molte donne misero in salvo i nostri soldati ricercati dai te-deschi dando loro vestiti borghesi dei propri cari che in quei giorni si trovavano sotto le armi. In mille modi cercarono di sottrarli alla cattura da parte dei tedeschi, li accompagnavano per lunghi tratti di strada per segnalare loro eventuali pericoli. Parecchie si unirono ai partigiani condividendo disagi e pericoli. Erano le donne che come staffette tenevano i collegamenti fra i vari reparti e i comandi spesso posti nelle città. Parecchie pagarono con la vita il loro coraggio. Altre si schierarono con i fascisti e ne condivisero la triste sorte, perdendo al termine della guerra anche la vita. Le donne combatterono una loro guerra: talvolta furono costrette ad essere per i figli padri e madri nel contempo. Sopportarono per i Figli sacrifici immensi, poiché cercavano di fare in modo che i disagi procurati dal conflitto pesassero sui loro famigliari il meno possibile. Parlando delle donne e la guerra dobbiamo ricordare le Crocerossine e le Madrine di guerra, figure assai importanti per i militari combattenti. 

Le Crocerossine 
Le Crocerossine, infermiere volontarie facenti parte della Croce Rossa delle singole Nazioni belligeranti, fin dal 1900 nei vari conflitti combattuti in Europa e in altri continenti svolsero gratuitamente la loro attività professionale negli ospedali militari. Operavano sovente negli ospedali da campo posti in vicinanza del fronte, condividendo con il personale sanitario militare disagi e pericoli che tale situazione comportava. Con la loro presenza gentile e premurosa confortavano feriti e moribondi. Erano sovente esse che raccoglievano gli ultimi sospiri e desideri dei morituri impegnandosi a comunicarli ai parenti lontani. Lo stesso delicato compito svolgevano le Suore infermiere e i Volontari laici che gratuitamente prestavano la loro opera presso gli ospedali militari. L'assistenza religiosa ai feriti e ai militari era compito dei cappellani militari appartenenti alle varie confessioni religiose. Nella prima guerra mondiale molti seminaristi e religiosi vennero arruolati nel Corpo della Sanità militare e mentre curavano i corpi di malati e feriti, non dimentichi della loro vocazione, cercavano di confortarli moralmente. Basti ricordare il sergente Angelo Roncalli (1881-1963), il futuro Papa Giovanni XXIII. 

Alcune note sulla Croce Rossa 
La Croce Rossa venne fondata nel 1863 a Ginevra per proteggere le vittime sia civili che militari dei conflitti (feriti, profughi, internati, prigionieri di guerra), proteggere le vittime di pubbliche calamità (naufragi, terremoti ecc), promuovere la difesa dalle malattie più gravi che colpiscono l'umanità a tal scopo dà vita a trattati e convenzioni. Come simbolo ha una bandiera con una Croce Rossa in campo bianco. È articolata in Lega della Società delle Nazioni della Croce Rossa e Comitato internazionale della Croce Rossa. Il primo accordo internazionale per la protezione delle vittime di guerra venne firmato a Ginevra nel 1864, precursori furono Io svizzero Henri Dunant, letterato e filantropo (1828-1910), premio Nobel per la Pace nel 1901 e il medico napoletano Ferdinando Palasciano (1815-1891) futuro senatore. L'idea venne a Dunant dopo aver visto le sofferenze dei feriti durante la battaglia di Solferino (24 giugno 1859) durante la seconda Guerra d'Indipendenza italiana, combattuta fra francesi ed austriaci, sofferenze che descrisse nel suo libro "Ricordo di Solferino". La Lega della Società delle Nazioni della Croce Rossa venne fondata a Cannes nel 1919 dai delegati di Gran Bretagna, Francia, Usa, Italia e Giappone. La Croce Rossa Italiana venne fondata nel 1864. 
Le madrine di guerra 
La corrispondenza era l'unico tenue legame fra i soldati, specie se al fronte, e la società borghese nella quale anelavano tornare il più presto possibile. Non tutti i militari ricevevano regolarmente la posta. Molti erano gli italiani che ancora durante la seconda guerra mondiale trovavano difficoltà nel compilare una lettera. Erano i così detti analfabeti di ritorno, ossia persone che avevano imparato a leggere e scrivere, ma poi perché finite le scuole, spesso poco frequentate da ragazzi, avevano dimenticato quanto avevano appreso. Essi, perciò, inviavano poca corrispondenza ai militari. Anche fra i militari vi erano dei giovani semianalfabeti ed anche questi facevano fatica a scrivere, ma essi trovavano sempre qualche ufficiale, qualche cappellano o qual-che commilitone compiacente che veniva loro in aiuto. Ad ovviare a questa grave lacuna ci pensarono le "Madrine di guerra" già presenti nella prima, allora la loro opera era ancora più utile, poiché molti erano in Italia coloro che non sapevano leggere e scrivere. Queste signore pensavano ad inviare regolarmente posta a un determinato militare che in certo qual senso adottavano spiritualmente. Le Madrine appartenevano a tutte le categorie sociali: signore della borghesia, semplici popolane, appartenenti alla nobiltà e anche principesse reali, come ricorda nella sua testimonianza, riportata in questo libro Giuseppe Bocchino che ebbe come Madrina la Principessa di Carignano. Per il militare la Madrina rappresentava la madre, la sorella, forse la fidanzata che il soldato desiderava conoscere e, poi a guerra finita, sposare; il più delle volte il desiderio rimaneva tale. Vi furono, però, casi in cui la corrispondenza fu il preludio a felici sponsali. Una delle maggiori sofferenze per i soldati era la mancanza al fronte di presenze femminili, la corrispondenza con una Madrina poteva aiutare a superare questa difficoltà portando gioia e serenità. Il fascismo promosse molto questa forma di sostegno ai militari. Spesso le Madrine venivano strumentalizzate per incoraggiare i propri figliocci. Nelle loro lettere esaltavano l'eroismo del nostro esercito e pronosticavano i futuri gloriosi destini della Patria. Nelle buste sovente ponevano una foto del Duce che, regolarmente, il ricevente strappava; inviavano generi di conforto come cioccolato (surrogato), tabacco, frutta secca. Le più politicizzate erano le appartenenti alle Organizzazioni del Regime: le Donne Fasciste e le Giovani Fasciste. 
Nelle retrovie del fronte si svolgevano spettacoli di vario genere ad opera di gente dello spettacolo (Teatro e Cinema), questo avveniva presso tutti gli eserciti belligeranti. 

A cura Gruppo Ricerca - Piscina 


Documenti allegati:
Scheda informativa LE DONNE - LE CROCEROSSINE


VIDEO PRESENTAZIONE ED ELABORATI ARTISTICI DEL PROGETTO "LA VOCE NEI COLORI"(gennaio 2023)




Documenti allegati:
La Voce nei Colori - opere, autori e cittadini vigonesi a cui sono dedicate le mattonelle


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